Nero come il latte
| Sono 53mila i bambini colpiti da problemi per la melamina, mentre emergono problemi strutturali tra l'industria alimentare moderna e l'agricoltura ancora primitiva | |
| di francesco sisci PECHINO - Sembra la strage degli innocenti, il lavoro del biblico Erode a caccia del piccolo Gesù in un Paese dove i bambini sono adorati più di ogni cosa.
Sono circa 53mila infatti i bambini ammalati per il latte alla melamina in Cina, secondo i dati del ministero della sanità cinese mentre il capo dell’ufficio controlli qualità del Paese Li Changjiang, si è dimesso.
Intanto il primo ministro Wen Jiabao ha promesso “dure punizioni” cioè pena di morte ed esecuzioni contro i colpevoli mentre la Tv lo mostrava in camicia, senza giacca, che aspettava su una panca di ospedale con una famiglia di sapere come stava un piccolo ricoverato.
Le cifre cadono a pioggia: 12.892 bambini sono ricoverati in ospedale di cui 104 in condizioni gravi. Quattro sono morti, il resto sono guariti.
Intanto continuano a cadere teste. Ieri è stato costretto alle dimissioni Wu Xianguo, capo del partito di Shijiazhuang, la città dello Hebei a circa 200 chilometri da Pechino culla dello scandalo. Sono così diventati 20 i funzionari licenziati per lo scandalo alla melamina.
Taiwan ha proibito le importazioni di latte e derivati dalla Cina e a Hong Kong sono stati ritirati prodotti di latte dopo che un bambino è stato scoperto con calcoli renali dovuti alla melamina.A Singapore si sta facendo lo stesso dopo che delle caramelle sono risultate con tracce di melamina. Anche prodotti Nestlè sono ritirati dopo che si erano sparse voci del ritrovamento di tracce di melamila
Il governo annuncia misure drastiche di controllo di qualità e senz’altro saranno efficienti.
In realtà però il problema è strutturale di una frattura profond tra una industria alimentare moderna e una produzione agricola ancora molto primitiva.
Infatti l’agricoltura e l’allevamento rimangono ancora molto frammentati, con pochi grandi produttori, perché il governo vuole evitare una concentrazione della terra che creerebbe una ondata di disoccupazione nelle campagne.
Le industrie del latte, per esempio, comprano il latte da mediatori che a loro volta lo comprano da una miriade di contadini. Non c’è quindi un grande rapporto fiduciario tra un numero finito di fornitori e l’industria trasformatrice.
Se il prezzo di acquisto si abbassa, con una miriade di fornitori e assenza di rapporti fiduciari, i milioni di fornitori hanno tutto l’interesse a cercare di mantenere il loro profitto, sicuri che nella folla non saranno individuati.
I contadini infatti allungavano il latte fornito con l’acqua e per non farsi scoprire, vi aggiungevano la melamina, una sostanza chimica usata nella manifattura della plastica che trucca il rilevamento delle proteine, una misurazione standard dell’industria.
“In realtà non possiamo testare il latte per ogni forma di veleno possibile e immaginabile – dice un addetto del settore – dobbiamo pensare a delle cose possibili e poi cercarle.”
Ora arriveranno più controlli più severi, ma se l’industria alimentare non crea fornitori più affidabili all’origine, la corsa delle truffe alimentari è destinata a non finire. Ogni ribasso del prezzo di una fornitura, frequenti nell’industria alimentare, indurrà i contadini a ingegnarsi, anche perché quei ribassi possono significare la differenza tra un guadagno e una perdita per l’agricoltore.
Del resto le truffe alimentari hanno una storia lunga nel Paese. Alcuni anni fa erano frequenti le denunce di riso avvelenato alla glicerina, riso vecchio “lucidato” con la glicerina per farlo passare come fresco. Oppure c’erano le truffe sull’olio alimentare venduto come qualità alta, ma in realtà di qualità scadente. Fonte:www.lastampa.it |
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Gli strumenti nati per condividere vengono usati per reperire informazioni imbarazzanti
Ammissioni ai college e ricerca di personale si adeguano ai tempi
Un cacciatore di teste su 5 guarda i profili online dei candidati
La selezione ora si fa su Facebook
I social network "contro" l'utente
SE AVETE un profilo su Facebook o su MySpace state allerta: la pagina che avete aperto per rimanere in contatto con i vostri amici o per conoscere nuove persone potrebbe rivoltarsi contro di voi. Le ricerche pubblicate in questi giorni negli Stati Uniti e in Inghilterra parlano chiaro: i social network sono una delle fonti di informazioni preferite dai responsabili delle assunzioni nelle aziende e dai selezionatori nei college.
Ad evidenziare il nuovo trend ci ha pensato per prima una ricerca di CareerBuilder.com, agenzia specializzata nel reclutamento. Secondo lo studio, condotto su 31 mila "cacciatori di teste", il 22% degli intervistati ha ammesso di controllare il profilo online dei candidati, mentre un altro 9% intende farlo in futuro. Un dato confermato anche dalla ricerca inglese di Personnel Today, condotta su 220 responsabili delle risorse umane, in cui un intervistato su 4 ha dichiarato di dare una "sbirciata" alle pagine personali prima di assumere una persona, alla ricerca di quei particolari che nessuno si sognerebbe di confessare in un colloquio.
Dal vigile occhio della rete (sociale) insomma non si scappa. Se fino a qualche anno fa i selezionatori si limitavano a digitare il nome del candidato sui motori di ricerca, sperando che dal mare magnum di internet spuntasse fuori qualcosa di rilevante, adesso hanno un'arma molto più potente e invasiva. Difficile credere che nel 2008 una persona in cerca di lavoro, e quindi presumibilmente tra i 20 e i 30 anni, non abbia un blog (3 milioni di italiani ne hanno uno) o un account su Facebook o MySpace (4 milioni di italiani sono iscritti ai social network). Di più, se dalle ricerche non risulta nulla, è possibile che sorgano dubbi sulla capacità del candidato di socializzare e, di certo, nessuna azienda vuole misantropi tra le sue fila.
Gli stessi rischi di chi cerca lavoro devono essere affrontati anche dai neo-diplomati di oltre oceano. Una ricerca citata dal Wall Street Journal mostra che nei 500 più prestigiosi college americani, il 10% degli addetti alle ammissioni usa i social network per reperire informazioni aggiuntive sulle aspiranti matricole, una ricerca che si fa ancora più approfondita in caso di assegnazione di borse di studio.
Ma cosa cercano esattamente questi "curiosi autorizzati"? Secondo CareerBuilder le informazioni più desiderate sono quelle sull'abuso di alcol e droga, magari corredate da foto o video compromettenti. Seguono la capacità di comunicazione e l'adeguatezza al ruolo, ma anche i collegamenti ad attività criminali e le rivelazioni sui passati impieghi stuzzicano la curiosità dei cacciatori di teste.
La consapevolezza di queste meccaniche genera però una serie di controffensive sempre più originali. Il candidato ad un posto in azienda provvederà ad eliminare dal suo profilo ogni commento sconveniente, evitando di partecipare a gruppi che possono spaventare i datori di lavoro e magari si iscriverà a LinkedIn, il social network pensato per gestire con professionalità i contatti di lavoro.
Si va ancora oltre nelle scuole superiori a stelle e strisce, dove i tutor arrivano a consigliare agli studenti di non mettere online nulla che non vorrebbero "venisse visto dalla nonna", finendo così per alimentare una vera e propria ondata di conformismo multimediale: l'aspirante matricola starà bene attenta a scegliere le sue letture preferite (meglio Kant dei fumetti Marvel), arrivando persino a rinnegare amicizie storiche con persone un po' troppo alternative per i severi giudici di Yale e Princeton. Una fine paradossale per quegli strumenti come Facebook, nati tra le mura di un college per essere usati dagli studenti e non contro di loro.
Fonte:www.repubblica.it



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